Chi sono

Blogger: boccadimiele
lei piccola e coraggiosa sta in cima a una pila di libri. socchiude gli occhi, si finge distratta come un gatto. poi balza giù dalle pagine, prendendomi in giro. leggera la sua mano indica una riga, un verso... (stefano benni, 'in memoria di grazia cherchi')

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

giovedì, 15 maggio 2008

oggi vi posto una cosa non mia, lavativa che non sono altro.
ma molto carina.
viene da qui.
è del bravo blogger-giornalista christian frascella.
a me me fa ride. una cifra. ed è un po' cattiva.
che così si sente calvin, lately.
(a breve, invece, felici notizie di felicissimi incontri: ciao, emily!)
a voi.

A COSA SERVE IL PERFECT DAY

DI ALESSANDRO BARICCO E SOCI ALLA SCUOLA HOLDEN

Ciao.

Ciao.

Ma a cos’è che serve il perfect day della Holden?

C’è un sacco di scrittori, c’è.

Ah. E che si fa?

Te vai lì che non sai scrivere, ed esci con Il Grande Romanzo Italiano sotto il braccio.

Davvero?

Certo! Appena che entri lì, da merdoso imbrattacarte che eri, ti trasformi tipo in Pirandello, oppure tipo in Baricco, dipende.

E come funziona?

Che c’è otto aule per centotrenta studenti per centocinquanta euri. C’è poi otto docenti-scrittori che sono il plus ultra della letteratura italiana: c’è Baricco, c’è Lucarelli, poi Carofiglio, poi Starnone, LA MAZZUCCO!, Veronesi, Scurati, poi un altro che non mi viene in mente, forse Rummenigge.

Però!

Eggià, tutta gente studiata, che ti può dire, per esempio, che la narrazione non è un pranzo di gala.

Però!

E poi te fai le domande e loro ti dicono le risposte. Gente evoluta, che credi? Lasciamo stare che mica sono venuti a Torino aggratis, quello è normale, tutte le puttane si fanno pagare in anticipo, perchè loro non dovrebbero?

Capito. Ma cos’è che spiegheno?

Sei propro allocco, te, neh! Non lo sai? Come diventare bravo scrittore in un pomeriggio, ti spiegheno! Te ruoti nello otto classi e passi da uno all’altro, così impari otto cose in più che prima non sapevi, e ogni cosa in più che impari costa circa venti euri, più il trasporto che è a carico tuo.

Ah ecco.

Per esempio: Baricco dice: “Per diventare grandi scrittori, dovete imparare le preposizioni semplici: la prima è DI. Ora passo la parola al mio collega nell’altra aula.” Te ti sposti, e per esempio Scurati, ti dice: “La seconda preposizione semplice è A. Adesso passo la parola al mio collega nell’altra aula.” Allora la classe si sposta nell’altra classe e trova tipo Starnone. Che ci dice: “La terza preposizione semplice è DA. Ora passo…” eccetera. Così, alla fine della fiera, TE SAI TUTTE E NOVE LE PREPOSIZIONI SEMPLICI! Grazie a questi luminari!

Ma se sono otto docenti, com’è che ne impari nove?

Epperché una te la regalano! Anche se in effetti TRA e FRA sono la stessa cosa, ora che ci penso… Comunque sei proprio ignorante!

E il romanzo quando lo scrivi?

Appena che esci di lì sei così pieno di preposizioni che arrivi a casa e le vomiti nel computer, eppoi ti unisci le preposizioni, metti qualche verbo, due nomi, infili qualche virgola a cazzo E HAI SCRITTO UN ROMANZO!!! Tutto per merito loro!

Capito. E ti aiutano a pubblicarlo, anche?

Ma certo che sì! E’ tutto compreso nel prezzo! La Holden, quando che esci dal corso, ti fornisce tutti i numeri di telefono delle Case Editrici Mondiali, caso mai che non vuoi pubblicare la tua merda solo in Italia!

Wow!

Basta che al telefono dici: “Guardi che io ho fatto il perfect day, ho fatto!” E allora ti pubblicano anche senza leggere quello che scrivi!

Epperò! Perloppà!

Eccerto. E avvolte capita pure che pubblichi con Besa Editore!

Ah, però!

Eccerto! Ora devo andare.

Dove vai?

Vado a iscrivermi al perfect day two, che si terrà l’anno prossimo. Altrimenti poi non c’è più posto e finisce che non divento un grande scrittore italiano!

Ciao!

Ciao!

 


postato da: boccadimiele alle ore 12:09 | link | commenti (3)
categorie: pagine, ora e sempre resistenza, intolerance
martedì, 29 aprile 2008

"gli uomini si devono riconciliare.
ma le memorie no.
il fascismo resta fascismo."

(il bello di un'italia tutta fascista è che posso dirlo: mi date il vomito, e fanculo la correttezza politica. e che posso fare resistenza come fece mio nonno, come fece rodari, come fecero i migliori tra noi. sto riscoprendo le mie radici storiche, e familiari.)

cari fasci,
vi scrivo questa letterina contando sull'aiuto di un amico bulgaro di nascita, ebreo di religione, uomo di spettacolo e a volte di satira per professione. so che come presentazione ai vostri occhi non è il massimo, ma non picchiateci, leggeteci!

Voi che da oggi fagociterete tutto quello che di bello, sano, culturalmente elevato, edificante e stimolante era rimasto in questa disastrata roma per correre dietro agli zingari che non sapete manco che cazzo sono perché per voi zingaro è: il rom (ma che vor dì, rom, lo sapete? no, certo), il rumeno (perché suona simile, ovvio), l'albanese (che negli anni 90 era la vostra prima piaga, ma ora non è più fashion menà l'albanese), l'ex-Jugoslavo esule dalla guerra (e per guerra intendo quella combattutasi a pochi chilometri da noi, ma immagino che per voi mladic sia il nome di un qualche difensore di una squadretta di calcio esteuropea), e chiunque "puzza e non si lava", avete mai riflettuto su chi siano le persone che volete rastrellare con garrulo nazifascismo?
no?
ecco, io capisco che a voi le lettere, se sono in numero maggiore di quelle del tabellone di gira la ruota di enrico papi vi fanno venire l'orticaria, e che certo un articolo preso da liberazione non lo leggete manco se ci metto una foto di zinne che di solito vi invogliano a fare tutto, ma in fondo io, come anna frank credeva nell'intima bontà dell'uomo, credo nella vostra intima intelligenza.
e voglio mettervi alla prova.
leggete, e parliamone.

poi se non vi va, oh, pazienza mica mi stupirei se dimostraste ancora di essere teste di cazzo, eh.
dài, fasci! siate simpatici! dimostratemi che sbaglio a schifarvi!

diamo il nobel per la pace
ai popoli rom

Intervista a Moni Ovadia che lancia una proposta e denuncia l'ondata xenofoba e razzista: «E' nazifascismo»

a cura di Tonino Bucci da www.liberazione.it

«Sono comportamenti nazifascisti. Non ho altre parole per definirli. Guai a noi se sottovalutiamo questi fenomeni e guai alla sinistra se non capisce che c'è un filo nero nella storia italiana, un problema irrisolto della nostra memoria con il fascismo». Non ci prova neppure Moni Ovadia a tenere sotto controllo l'indignazione. Impossibile per questo artista ebreo nato a Plovdiv, in Bulgaria, e milanese per adozione, musicista e autore di teatro, immaginare che ai giorni nostri si possa ancora inneggiare ai pogrom soltanto perché c'è qualcuno che viene dall'altra parte di un confine. Linciaggi, aggressioni, spedizioni punitive e, negli ultimi giorni, assalti di ronde armate ai campi Rom di Pavia, Milano e Roma: c'è un escalation in questi episodi che dimostra «uno scivolamento del senso comune». Già, non sono solo gruppi isolati. Attorno a loro, nelle periferie dimenticate delle metropoli, si respira approvazione. Si allentano tabù, crollano inibizioni, si incitano gli aggressori, scompare persino la vergogna nel pronunciare frasi un tempo impronunciabili. "Bruciateli vivi".

Ma perché gli zingari fanno tanta paura?

E' un fenomeno sotterraneo. Siamo tutti carini col diverso quando ci fa comodo. Esserlo con gli ebrei, per esempio, va di moda. Perché? Ci assomigliano molto di più che in passato, non sono più gli ebrei della diaspora, quelli che inquietavano l'Occidente con la loro coscienza critica. Sì, c'è ancora oggi qualche ebreo barbuto che rompe le scatole, ma eccezioni a parte anche gli ebrei hanno il loro Stato e il loro esercito. Anche gli ex fascisti si dichiarano loro difensori. Lo zingaro no, ci inquieta, mette in scena lo straniero che è in noi. Lo zingaro oggi è l'alterità vera.

Rubano, stuprano, non lavorano, sono tutti uguali. I luoghi comuni ci seducono quando sappiamo poco. O no?

Sono giudizi massivi senza distinzioni. Pochi sanno che esistono comunità stanziali e rom italiani. Un tempo erano calderai e artigiani, prima che fossero costretti ad abbandonare i mestieri tradizionali per le continue vessazioni. Ma invece di approfondire la loro storia ci limitiamo a parlare degli zingari solo come di un problema di ordine pubblico. E invece i rom sono l'unico popolo sulla faccia della Terra a meritare per davvero il premio Nobel per la pace: non hanno mai fatto la guerra ad altri popoli, non hanno mai avuto un esercito. Non conosciamo la loro storia, abbiamo persino dimenticato l'olocausto degli zingari.

Perché non c'è memoria?

Ai Rom sono mancati gli strumenti comunicativi. Non hanno prodotto cultura all'esterno delle comunità.

Attenzione però a non cadere nello stereotipo opposto, "sono tutti buoni". La qualità morale dell'essere umano non è questione di "razze". No?

Dire che sono tutti bravi sarebbe una forma di razzismo al contrario. Anche gli zingari hanno diritto come tutti gli altri popoli ad avere i loro cattivi.

Come si risolve questo clima avvelenato che si respira nelle città?

Non con gli sgomberi e i mega-campi in periferia...
Non ci sono scorciatoie. Se vogliamo risolvere il problema, dobbiamo investire quattrini. Incontriamo i Rom, parliamoci, chiediamo come vogliono vivere, di cosa hanno bisogno nei campi. Bisogna costruire mediazione, incontro. E invece i Comuni di soldi non ne vogliono spendere. E allora giù con la repressione. Non costa nulla. Solo che i problemi non li risolve. E se anche qualche Comune decidesse di spendere qualche soldo ce la immagineremmo la propaganda della destra? Ma come, diamo soldi agli zingari e lasciamo al verde i nostri pensionati? La destra italiana è sempre affascinata da tentazioni neofasciste.

Italiani xenofobi: colpa di una destra che non ha fatto i conti con il fascismo?

A me viene lo sconforto quando sento un Sarkozy in Francia citare la Resistenza antifascista. O Angela Merkel che celebra Brecht e come primo atto del suo governo fa una legge per aumentare le tasse ai ricchi. Ma che destra abbiamo noi? Va ancora avanti con lo stereotipo degli "italiani brava gente", è ancora convinta che in Libia e in Etiopia abbiamo portato la civiltà. Ma quando chiederemo scusa? Quando istituiremo una giornata per la memoria dei crimini italiani? Avremo una democrazia incompleta fin quando nel senso comune e nel linguaggio della nostra destra non entrerà la consapevolezza dei genocidi commessi dagli italiani nei confronti di libici, etiopi e slavi.

Chiaro. Forse però anche a sinistra si può fare qualcosa di più per far capire che la memoria e la Resistenza non sono cianfrusaglie del passato. C'è stata sottovalutazione?

Bisogna fare di più. Abbiamo sentito equiparare fascismo e antifascismo. Ci sono state campagne culturali contro la Resistenza. Hanno parlato di riconciliazione delle memorie. Questi scivolamenti del senso comune non vanno sottovalutati. Io dico: gli uomini si devono riconciliare. Ma le memorie no. Il fascismo resta fascismo.

22/09/2007


lunedì, 28 aprile 2008


no, vabbè, allora pigliatevi il mio sangue, la mia aria, la mia vita.
venite a san lorenzo a rastrellare me e tutte le zecche ei fricchettoni e gli immigrati e i vecchi comunisti che ci abitano.
bombardate la sinagoga di roma e la moschea e il tempio buddista e quelli che fanno tai-chi a piazza vittorio.
fatemi il saluto romano sull'autobus mentre vado al lavoro.
tatuatemi una svastica sulle chiappe.
fatemi finire nella versione più cupa e più triste e più reale di v for vendetta, fatemi diventare una che vorrebbe far esplodere il simbolo del vostro potere sotto il vostro culone grasso e puzzolente.
distruggetemi tutti i sogni, fatemi pagare i musei, anzi toglieteli i musei, e anche le biblioteche gratis e le piste ciclabili e iparchi puliti e gli autobus e sparate agli zingari, che sono da sempre la vera piaga di roma.

ammazzatemi, cazzo, ammazzatemi.

non bastava lo psiconano al terzo tentativo.
no.
alemanno è sindaco di roma, della mia roma.
e i fascisti, ricordate, sono come i topi di fogna: quando il primo trova il coraggio di cacciare fuori il muso, alla fine spuntano fuori tutti, in massa.

prima o poi calvin tornerà a parlarvi di cose belle e gradevoli.
ma adesso scusatemi, non posso.

sono in lutto elettorale.
sapete com'è.
in italia, per la miseria, è proprio un periodo nero.


postato da: boccadimiele alle ore 18:38 | link | commenti (4)
categorie: saudade, intolerance
sabato, 19 aprile 2008

scienza
e speranze

una ricerca americana ha dimostrato che più si va avanti con gli anni, più (a parità di condizioni) si diventa felici.
io non ho difficoltà a crederlo.
ci ho pensato, ultimamente: ponendo che io tenga il mio lavoro, il mio fidanzato, la mia casa ecc ecc, in futuro sarò più o meno soddisfatta della mia vita?
e in effetti, la risposta è ovvia: prima o poi bossi verrà relegato da calderoli in una casa di cura a sbavarsi addosso, berlusconi perderà tutti i denti e tutti i capelli e si ritirerà a vita privata a piangerne la scomparsa e fini verrà finalmente sbranato dai suoi elettori come merita, e poi impalato con un busto del duce infilato ben bene su per il culo.

l'italia dunque tornerà nelle mani di politici non dico tutti seri e competenti (anche se a essere più competenti di maroni o della carfagna è capace pure la zecca del chihuahua della mia vicina), ma almeno che non si cacano nel pannolone se cercando di dire "imbracceremo i fucili" si emozionano troppo.

calvin, allora, sarà molto, ma molto più felice di adesso.

postato da: boccadimiele alle ore 13:32 | link | commenti (4)
categorie: saudade, intolerance
mercoledì, 09 aprile 2008

post
adolescenza



io, dovete sapere, quando ero una ragazzina avevo un fidanzato.
era un fidanzato bello, alto, biondo, col pizzetto e il piglio da artista, con la vespa degli anni '70 che gli si bucava sempre la ruota dietro, un fidanzato che scriveva da paura e che sapeva tutto di musica ma proprio tutto tutto tutto, e infatti suonava il basso in un gruppo un po' grunge (che io avevo diciannove anni e si era in pieni anni '90). questo fidanzato che chiamerò g. si metteva sempre le sciarpe dei peruviani, che all'epoca il commercio equo praticamente non esisteva ma esistevano 'sti peruviani che facevano le sciarpe, le snakers mezze sfondate e i jeans calati sui boxer grigi e certe camicie a quadrettoni o le t-shirt dei gruppi incazzosi che sembrava un po' kurt cobain un po' uno dei blind melon.
insomma g. era meraviglioso, e colto e divertente, ma lo era davvero: tutta la scuola, nei cinque anni in cui aveva frequentato il liceo, impazziva per g.
perché g. era l'intellettuale, capite, l'esperto di cinema francese, quello che al primo appuntamento mica si metteva la camicia bianca e ti portava allo zodiaco a guardare le stelle, no, lui ti portava a prendere una guinness fatta a regola d'arte al dog and duck o a un concerto al forte prenestino o a una retrospettiva su star wars al cineclub detour. e poi g. s'impegnava in tutto, era un combattente: boicottava la coca cola prima che il mondo scoprisse cosa c'era da boicottare, leggeva il manifesto che portava piegato nella tasca dietro dei pantaloni, era un new global ante litteram, faceva situazionismo urbano e appendeva nei supermercati fogli colorati con l'elenco completo delle nefandezze compiute dalla nestlè.

e g. aveva un amico del cuore, e quella metà di ragazzine liceali che non impazziva per g. impazziva per lui. questo amico era s., ed era il perfetto complemento di g.
perché s. era un attore. di teatro, per carità. un attore serio, una creaturina sensibile sempre ripiegata su se stessa, un'anima candida nel corpo di una primadonna.
s. trovava sempre il modo magico di dire una cosa banale; guardavamo friends abbracciati sul divano fazzoletto alla mano, manco fosse ladri di biciclette; poi guardavamo ladri di biciclette mentre lui lo riscriveva ad alta voce a beneficio dei più. s. io lo chiamavo la mia amica lucilla, perché era il mio esperto di immagine e mi consigliava su cosa mi stava bene e cosa meno, e siccome non lo convincevo in versione hippy, lui aveva coniato la famosa avvertenza che mi ripeto, senza mai rispettarla, da almeno dieci anni: bà, finiscila con questo look da claudia mori del cazzo.
s., nonostante quello che potete pensare, non era affatto gay, che altrimenti sarebbe stato uno stereotipo e a me gli stereotipi mi annoiano, e negli anni, nel suo lavoro, è diventato strordinariamente bravo. s. si faceva il mazzo a tarallo a tutti i workshop di teatro che iddio mandava sulla terra, fece memorabili spettacoli muti per imparare le tecniche slapstick, stava ore immobile al centro di una piazza, la faccia dipinta di bianco, per diventare un mimo vero, e, una volta mi ha trascinato a tradimento sul palco durante uno spettacolo e io mi sono vergognata tantissimo. s. era ed è bello e strambo, ha i capelli scuri arruffati e le fossette, il corpo lungo e dinoccolato e le mani sempre in movimento e una risata esplosiva e un po' esagerata. s. ha scritto e interpretato uno spettacolo che si chiamava:
non lasciatemi solo in questo mondo di belve. (soliloquio per il 25°anno) e io quando l'ho visto mi sono commossa, e ho pianto.
a s. io volevo bene quanto a g., e tutti insieme eravamo bellissimi, inseparabili.

io alla fine del liceo avevo anche un'amica, che chiamerò peggy, e quest'amica era bellissima e ancora adesso è bellissima, e abbiamo fatto il liceo e poi l'università insieme e io la prendevo in giro che le dicevo che aveva i capelly come scary spice e lei mi diceva che io sembravo ginger (e vi giuro che non è affatto vero anche se ho avuto i capelli di ogni rosso esistente in natura e non) e allora andavamo a villa pamphili, quando facevamo sega a scuola, a cantare wannabe a squarciagola per prenderci un po' per il culo. e a peggy piaceva stare scalza sull'erba e le piacevano i ragazzi coi capelli ricci, e aveva sempre un fidanzato nuovo e a volte anche due e io le chiedevo: peggy ma come fai? e lei diceva boh, alzava le spalle e rideva.
peggy ha sempre avuto la forza di un carro armato e la dolcezza di una mamma, e io, per questo, la stimo incondizionatamente, e la amo ciecamente, pazzamente.
io e peggy abbiamo condiviso il nostro primo lavoro serio, la nostra prima vacanza senza genitori, le prime serate in discoteca che ci cambiavamo nell'ascensore e dicevamo di dormire l'una a casa dell'altra e non era vero, e poi non sapevamo come cazzo tornare e soprattutto dove tornare e le prime storie vere e le prime cose importanti e poi, alla fine, inevitabilmente, non solo le prime, ma tutte. e alla fine peggy si era unita al magico terzetto e con s. e g. stavamo interi pomeriggi assolati e tersi sul prato a ridere l'uno con la testa sulle ginocchia dell'altro.

io ci pensavo l'altro giorno, che io e peggy e s. e g. abbiamo sofferto tanto, da ragazzini. che avevamo una specie di mondo a parte, magari un po' alienato, e che avevamo sogni grandissimi a cui aggrapparci per non affondare. che intorno era tutto spesso detestabile, ma che insieme ci si teneva caldi e asciutti. che questo, spesso, è stato quello che gli amici hanno fatto per me e con me. che per questo, forse, li amo tutti, anche a distanza di un decennio.
proprio mentre ci pensavo, sento g., l'intellettuale. mi sbuca su messenger come una rivelazione, per raccontarmi che, sai, negli ultimi mesi le cose si sono un po' sistemate, e insomma, va tutto meglio, e ... ma lo sai? lavoro a radio onda rossa, da un po'. come ho sempre sognato. e mi sembra bellissimo. io quasi piango, e gli digito tutta stordita: non è bello? abbiamo raggiunto il meglio di tutto ciò che speravamo. e gli racconto in sunto breve la mia vita di libri scelti e letti e tradotti e i miei viaggi pagati e le pagine e pagine che mi aspettano ogni giorno, da scrivere e da leggere, in ufficio e a casa.

poi tutto si riappoggia su quell'atmosfera di sogno sospeso in cui sempre mi getta sentire g., fino a ieri sera.
che sto facendo zapping alla tv e vedo nei titoli di testa di una cosa bella, ben recitata e attenta, non un capolavoro ma un inizio non compromettente, un inizio onesto, e pulito, il nome di s.
no! mi dico. c'è s. in tv! in una cosa bella! e importante! s. l'attore fa l'attore, allora! e mi sovviene la cosa che ho detto a g. giorni prima, di aver raggiunto il meglio di ciò che speravamo.

chiamo subito peggy, che non sento da un po', e la interrompo nella preparazione per un esame che la consacrerà nel ruolo professionale che sogna  di rivestire da quando aveva sette anni. ed è bello scoprire che con lei sentirsi dopo un po' è come sentirsi dopo essersi salutate ieri. peggy, cavolo! urlo manco fossi, come accennato, una spice girls. c'è s. in tv! accendi!
oddio! urla peggy in risposta, che peggy è un po' cattocomunista, dovete sapere. o mio dio! non ci credo! e continuiamo a chiocciare e blaterare e fumare sigarette a distanza come le adolescenti che siamo state tanto tempo fa, e mentre cacciamo urletti e ci sentiamo vicine vicine a me viene in mente una cosa.

mi ricordo di un bellissimo pomeriggio dorato, nell'enorme e triste casa del padre divorziato di g.
mi ricordo che eravamo tutti e quattro lì, ed eravamo piccoli e spaventati e anche pronti a tutto, però. mi ricordo che c'era la radio a volume altissimo, e che tutti cantavamo e che s. suonava una zuccheriera come fosse una maracas e g. sbatteva un cucchiaino sporco di caffè sul tavolo per tenere il ritmo e io e peggy dondolavamo la testa a tempo sedute in due su un'unica poltrona.
mi ricordo di essermi guardata attorno, di aver cercato di imprimermeli tutti bene nella memoria, coi capelli arruffati e le guance rosse e le magliette fuori moda e di aver pensato, guardando anche me: queste quattro persone ce la faranno. faranno tutto quello che vogliono, nella vita. arriveranno ovunque vogliano arrivare.

e mentre peggy urlava nella cornetta e io urlavo in risposta, prima di tornare lei nella sua casa condivisa col suo uomo e io nella mia, lei al suo esame importantissimo io ai miei bagagli per londra, mi sono sentita esattamente come quando avevo meno di vent'anni e io e lei e s. e g. camminavamo a piedi nudi al circo massimo. e ho ripensato a quei quattro, e ho capito che davvero, finalmente, ce l'avevamo fatta. che non avevamo mollato, e ora raccoglievamo i frutti della nostra fatica. e dal nulla, dal fondo della mia testa probabilmente, come un segno trionfo, è sbucato il ritornello di say you'll be there, delle spice girls. con gli occhi fissi sullo schermo per non perdermi l'entrata in scena di s., ho cominciato a canticchiare, dondolando la testa.

giovedì, 03 aprile 2008

definizione:
blogger

a questo mondo,
quello che si fa non ha molta importanza.
il problema è,
cosa si può far credere alla gente di aver fatto?

sir arthur conan doyle


(nessun riferimento
eccetera eccetera
è casuale.
anzi, porca paletta, anzi.)

postato da: boccadimiele alle ore 23:07 | link | commenti (4)
categorie: intolerance, piccolo dizionario della calvin
lunedì, 24 marzo 2008

post femminile per sole donne



è un giovedì pomeriggio un po' così.
prefestivo, il cielo coperto.
sono passate da poco le tre, e il quartiere è vuoto e silenzioso, ci si cammina bene tutti immersi nei propri pensieri, senza distrazioni.
io, che i pensieri ce li ho e li voglio scacciare, passeggio veloce, zigzagando tra panchine e macchine parcheggiate.
m'affaccio al tibur, che proietta caramel  proprio adesso, tra qualche minuto.
entro senza pensarci, compro un biglietto, m'infilo nella sala già buia e mi siedo.
mi sembra un bel regalo da farmi, ché quello di nadine labaki è un bel film femminile e sensuale, di quelli da vedere solo con altre donne, meglio ancora con le vostre amiche del cuore, e mentre la pellicola comincia mi racconto la bella bugia che oggi sono io, l'amica del cuore di me stessa.

caramel scivola dolce e pastoso per un lasso di tempo tempo breve e lento, mentre io mi rigo il viso di lacrime per le ragioni più insulse: mi commuove, ad esempio, scoprire che il film s'intitola così perché parla di alcune donne la cui vita gira intorno a un salone di bellezza di beirut (che si chiama si belle, così bella; ma l'insegna sgangherata ha perso la b, che penzola triste da un lato mentre le altre lettere ricompongono sorprendenti le parole si elle, così lei, così donna) in cui la ceretta si fa al vecchio modo, col caramello, appunto.

l'unione dolce di zucchero e limone si cuoce piano, diventa dorata, poi le mani sapienti di layale, bellissima, la impastano, la tirano, la lavorano. e quando la massa calda ha acquistato la consistenza di una caramella mou, viene applicata sulle gambe della cliente, e poi tirata via senza l'aiuto di strisce, di carta, di pinzette, di nulla.
solo lo zucchero e le bravi mani dell'estetista.

mi viene da pensare che sia una cosa bellissima, perché tanto dice su quanto bellezza e piacere siano in realtà legati: in una scena che mi fa venire i brividi, layale lavora l'impasto per la moglie del suo amante, sdraiata sul lettino, e prima di applicarlo sulle sue gambe gli dà un morso, e lo mastica in un gesto d'abitudine, sensuale, distratto.
io credo che sulla femminilità sono rimasta un po' indietro, che mi sento un po' come un'altra delle protagoniste, la sarta zia rose,  che mi fa frignare come una ragazzina davanti al suo amore bellissimo, grandissimo, fatto di messaggi scritti col pennarello sulle vetrine dei negozi e di calzoni troppo corti.
la regista mi salva alla fine, evitandomi un finale patetico degno della disney davanti a cui mi sarei abbandonata a una sceneggiata napoletana.
ma che avrò che non va, sant'iddio? mi chiedo. quasi trent'anni e tutta questa paura di diventare una donna.

quando la madre di nisrine le parla il giorno del suo matrimonio, capisco: in mezzo a un discorso sconclusionato di doveri coniugali e felicità augurata, tra le lacrime e la perla di saggezza il matrimonio è come un melone: non sai se è buono finché non lo apri, le dice: non cambiare mai, figlia mia. rimani sempre così, la donna migliore del mondo.

e io m'illumino. e intuisco che la sensualità non è un possedimento innato. e neanche una conquista. è un dono.
quando le donne della tua vita, quelle che ti hanno preceduta, generata, cresciuta, con in testa tua madre magari, come in questo caso, ti autorizzano a spiccare il volo dall'essere la bambina migliore (più bella, più intelligente) del mondo, all'essere la donna migliore (più bella, più intelligente) del mondo, allora quel dono ti viene messo tra le mani.
se quel passaggio di testimone non avviene, al posto della tua femminilità esplosa rimane solo un bocciolo.

ecco, io, giovedì, mi sono pianta il fatto che quel regalo a me non è stato ancora dato.
e mi sono messa a chiedermi se ci sono altri modi per ottenerlo, e mi sono detta che forse sì, ma bisogna trovarli.
e ho pensato che è una buona cosa da cercare, questa, soprattutto in primavera, quando tutto rinasce, perché la differenza tra la bellezza e la sensualità sta nel fatto che la bellezza salta agli occhi finché c'è, e la sensualità rinasce ogni volta, senza fine,  sul viso di chi la porta come negli occhi di chi la guarda.



postato da: boccadimiele alle ore 23:52 | link | commenti (6)
categorie: saudade, filmi