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Blogger: boccadimiele
lei piccola e coraggiosa sta in cima a una pila di libri. socchiude gli occhi, si finge distratta come un gatto. poi balza giù dalle pagine, prendendomi in giro. leggera la sua mano indica una riga, un verso... (stefano benni, 'in memoria di grazia cherchi')

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domenica, 02 novembre 2008

quantità
so' du' etti, signorì, che faccio, lascio?


paura, un po'.
stanchezza: tantissima.
pensieri, a frotte, a grovigli, a matasse, valanghe, burrasche, cicloni di pensieri.
sfastidiamenti: continui, insistenti. tipo per chi scrive pò o perchè o nè, che all'elementari che facevi, cazzo, giocavi a tekken in classe?
intolleranza oltre i livelli di guardia.
prospettive per il futuro alcune, implumi, ma pulsanti, luminosissime, abbaglianti.
felicità strisciante che s'insinua nelle crepe di un muro non più tanto compatto di merda: un rivolino tenace.
riconoscimenti, onori, soddisfazioni: in abbondanza.
serate tranquille, silenzi lunghi, fiori colti, luoghi sognati, acqua bevuta, cioccolato ingurgitato, q.b.
irrequietezza: sempre troppa, ma forse mai abbastanza.
mail sceme che ti tirano su, che ti dicono ci sono anch'io, che significano io ti capisco, e anche tu mi capisci, vero?: una, bella.
messaggi solidali, cretinerie, commenti su feisbuc, un po', grazie.
attese: infinite.
vittorie: tutte quelle che ho cercato.
paradossi, ne aggiunga un altro paio, va'.
modi in cui il divino wow mi dice eccoti una sorpresa, creatura eletta: tanti, tanti, tanti...

venerdì, 30 maggio 2008


ahahahahahaha!!!!!!

no, vabbe', me so' tajata e
volevo condividere er tajo con voi tutti.

(pausa seria)

me sto a tajà.
grazie, gne.


mercoledì, 09 aprile 2008

post
adolescenza



io, dovete sapere, quando ero una ragazzina avevo un fidanzato.
era un fidanzato bello, alto, biondo, col pizzetto e il piglio da artista, con la vespa degli anni '70 che gli si bucava sempre la ruota dietro, un fidanzato che scriveva da paura e che sapeva tutto di musica ma proprio tutto tutto tutto, e infatti suonava il basso in un gruppo un po' grunge (che io avevo diciannove anni e si era in pieni anni '90). questo fidanzato che chiamerò g. si metteva sempre le sciarpe dei peruviani, che all'epoca il commercio equo praticamente non esisteva ma esistevano 'sti peruviani che facevano le sciarpe, le snakers mezze sfondate e i jeans calati sui boxer grigi e certe camicie a quadrettoni o le t-shirt dei gruppi incazzosi che sembrava un po' kurt cobain un po' uno dei blind melon.
insomma g. era meraviglioso, e colto e divertente, ma lo era davvero: tutta la scuola, nei cinque anni in cui aveva frequentato il liceo, impazziva per g.
perché g. era l'intellettuale, capite, l'esperto di cinema francese, quello che al primo appuntamento mica si metteva la camicia bianca e ti portava allo zodiaco a guardare le stelle, no, lui ti portava a prendere una guinness fatta a regola d'arte al dog and duck o a un concerto al forte prenestino o a una retrospettiva su star wars al cineclub detour. e poi g. s'impegnava in tutto, era un combattente: boicottava la coca cola prima che il mondo scoprisse cosa c'era da boicottare, leggeva il manifesto che portava piegato nella tasca dietro dei pantaloni, era un new global ante litteram, faceva situazionismo urbano e appendeva nei supermercati fogli colorati con l'elenco completo delle nefandezze compiute dalla nestlè.

e g. aveva un amico del cuore, e quella metà di ragazzine liceali che non impazziva per g. impazziva per lui. questo amico era s., ed era il perfetto complemento di g.
perché s. era un attore. di teatro, per carità. un attore serio, una creaturina sensibile sempre ripiegata su se stessa, un'anima candida nel corpo di una primadonna.
s. trovava sempre il modo magico di dire una cosa banale; guardavamo friends abbracciati sul divano fazzoletto alla mano, manco fosse ladri di biciclette; poi guardavamo ladri di biciclette mentre lui lo riscriveva ad alta voce a beneficio dei più. s. io lo chiamavo la mia amica lucilla, perché era il mio esperto di immagine e mi consigliava su cosa mi stava bene e cosa meno, e siccome non lo convincevo in versione hippy, lui aveva coniato la famosa avvertenza che mi ripeto, senza mai rispettarla, da almeno dieci anni: bà, finiscila con questo look da claudia mori del cazzo.
s., nonostante quello che potete pensare, non era affatto gay, che altrimenti sarebbe stato uno stereotipo e a me gli stereotipi mi annoiano, e negli anni, nel suo lavoro, è diventato strordinariamente bravo. s. si faceva il mazzo a tarallo a tutti i workshop di teatro che iddio mandava sulla terra, fece memorabili spettacoli muti per imparare le tecniche slapstick, stava ore immobile al centro di una piazza, la faccia dipinta di bianco, per diventare un mimo vero, e, una volta mi ha trascinato a tradimento sul palco durante uno spettacolo e io mi sono vergognata tantissimo. s. era ed è bello e strambo, ha i capelli scuri arruffati e le fossette, il corpo lungo e dinoccolato e le mani sempre in movimento e una risata esplosiva e un po' esagerata. s. ha scritto e interpretato uno spettacolo che si chiamava:
non lasciatemi solo in questo mondo di belve. (soliloquio per il 25°anno) e io quando l'ho visto mi sono commossa, e ho pianto.
a s. io volevo bene quanto a g., e tutti insieme eravamo bellissimi, inseparabili.

io alla fine del liceo avevo anche un'amica, che chiamerò peggy, e quest'amica era bellissima e ancora adesso è bellissima, e abbiamo fatto il liceo e poi l'università insieme e io la prendevo in giro che le dicevo che aveva i capelly come scary spice e lei mi diceva che io sembravo ginger (e vi giuro che non è affatto vero anche se ho avuto i capelli di ogni rosso esistente in natura e non) e allora andavamo a villa pamphili, quando facevamo sega a scuola, a cantare wannabe a squarciagola per prenderci un po' per il culo. e a peggy piaceva stare scalza sull'erba e le piacevano i ragazzi coi capelli ricci, e aveva sempre un fidanzato nuovo e a volte anche due e io le chiedevo: peggy ma come fai? e lei diceva boh, alzava le spalle e rideva.
peggy ha sempre avuto la forza di un carro armato e la dolcezza di una mamma, e io, per questo, la stimo incondizionatamente, e la amo ciecamente, pazzamente.
io e peggy abbiamo condiviso il nostro primo lavoro serio, la nostra prima vacanza senza genitori, le prime serate in discoteca che ci cambiavamo nell'ascensore e dicevamo di dormire l'una a casa dell'altra e non era vero, e poi non sapevamo come cazzo tornare e soprattutto dove tornare e le prime storie vere e le prime cose importanti e poi, alla fine, inevitabilmente, non solo le prime, ma tutte. e alla fine peggy si era unita al magico terzetto e con s. e g. stavamo interi pomeriggi assolati e tersi sul prato a ridere l'uno con la testa sulle ginocchia dell'altro.

io ci pensavo l'altro giorno, che io e peggy e s. e g. abbiamo sofferto tanto, da ragazzini. che avevamo una specie di mondo a parte, magari un po' alienato, e che avevamo sogni grandissimi a cui aggrapparci per non affondare. che intorno era tutto spesso detestabile, ma che insieme ci si teneva caldi e asciutti. che questo, spesso, è stato quello che gli amici hanno fatto per me e con me. che per questo, forse, li amo tutti, anche a distanza di un decennio.
proprio mentre ci pensavo, sento g., l'intellettuale. mi sbuca su messenger come una rivelazione, per raccontarmi che, sai, negli ultimi mesi le cose si sono un po' sistemate, e insomma, va tutto meglio, e ... ma lo sai? lavoro a radio onda rossa, da un po'. come ho sempre sognato. e mi sembra bellissimo. io quasi piango, e gli digito tutta stordita: non è bello? abbiamo raggiunto il meglio di tutto ciò che speravamo. e gli racconto in sunto breve la mia vita di libri scelti e letti e tradotti e i miei viaggi pagati e le pagine e pagine che mi aspettano ogni giorno, da scrivere e da leggere, in ufficio e a casa.

poi tutto si riappoggia su quell'atmosfera di sogno sospeso in cui sempre mi getta sentire g., fino a ieri sera.
che sto facendo zapping alla tv e vedo nei titoli di testa di una cosa bella, ben recitata e attenta, non un capolavoro ma un inizio non compromettente, un inizio onesto, e pulito, il nome di s.
no! mi dico. c'è s. in tv! in una cosa bella! e importante! s. l'attore fa l'attore, allora! e mi sovviene la cosa che ho detto a g. giorni prima, di aver raggiunto il meglio di ciò che speravamo.

chiamo subito peggy, che non sento da un po', e la interrompo nella preparazione per un esame che la consacrerà nel ruolo professionale che sogna  di rivestire da quando aveva sette anni. ed è bello scoprire che con lei sentirsi dopo un po' è come sentirsi dopo essersi salutate ieri. peggy, cavolo! urlo manco fossi, come accennato, una spice girls. c'è s. in tv! accendi!
oddio! urla peggy in risposta, che peggy è un po' cattocomunista, dovete sapere. o mio dio! non ci credo! e continuiamo a chiocciare e blaterare e fumare sigarette a distanza come le adolescenti che siamo state tanto tempo fa, e mentre cacciamo urletti e ci sentiamo vicine vicine a me viene in mente una cosa.

mi ricordo di un bellissimo pomeriggio dorato, nell'enorme e triste casa del padre divorziato di g.
mi ricordo che eravamo tutti e quattro lì, ed eravamo piccoli e spaventati e anche pronti a tutto, però. mi ricordo che c'era la radio a volume altissimo, e che tutti cantavamo e che s. suonava una zuccheriera come fosse una maracas e g. sbatteva un cucchiaino sporco di caffè sul tavolo per tenere il ritmo e io e peggy dondolavamo la testa a tempo sedute in due su un'unica poltrona.
mi ricordo di essermi guardata attorno, di aver cercato di imprimermeli tutti bene nella memoria, coi capelli arruffati e le guance rosse e le magliette fuori moda e di aver pensato, guardando anche me: queste quattro persone ce la faranno. faranno tutto quello che vogliono, nella vita. arriveranno ovunque vogliano arrivare.

e mentre peggy urlava nella cornetta e io urlavo in risposta, prima di tornare lei nella sua casa condivisa col suo uomo e io nella mia, lei al suo esame importantissimo io ai miei bagagli per londra, mi sono sentita esattamente come quando avevo meno di vent'anni e io e lei e s. e g. camminavamo a piedi nudi al circo massimo. e ho ripensato a quei quattro, e ho capito che davvero, finalmente, ce l'avevamo fatta. che non avevamo mollato, e ora raccoglievamo i frutti della nostra fatica. e dal nulla, dal fondo della mia testa probabilmente, come un segno trionfo, è sbucato il ritornello di say you'll be there, delle spice girls. con gli occhi fissi sullo schermo per non perdermi l'entrata in scena di s., ho cominciato a canticchiare, dondolando la testa.

lunedì, 11 febbraio 2008

sms

(prologo. gnegnet è in un locale sotto casa della calvin, col vertigoz che disputa il solito torneo di scacchi pipparolo del lunedì, e cerca di convincere la suddetta calvin a raggiungerla.)

gnegnet: non fare la sgualdrina dai vieni! sgualdrina. io vado via presto.
calvin: gnegna, i can't. sto a legge ninna. no, nun è vero, ma sto in pigiama e so' sfranta. (il t9 aveva scritto so' serbo-a, che era comunque un buon motivo per non venire.) poi se vengo bevo e mi drogo (t9: mi eroin) e al lavoro domani sbarello. alla prossima. bacinini.
gnegnet: ok, non vi preoccupe. in deciso che non modifico più il risultato del tw. quello che esce esce. che e uscito? baciog
calvin: calcola che questo scambio di sms lo posto subito. ciao. saluta pans. (t9: saluta sbor. storia vera!)

postato da: boccadimiele alle ore 22:35 | link | commenti (2)
categorie: saudade, with a little help from my fiend
mercoledì, 11 maggio 2005

già non è che mi piaccia tanto lavorare.

quando poi chiedo a un collega un favore e lui non recepisce, capisco che la giornata sta girando nel verso sbagliato.

è ancora lì che sghignazza, e io non trovo il bandolo della matassa.

davvero, cosa c'è di tanto strano a domandare, con aria giusto un po' assonnata e porgendogli un faldone pieno di fogli:

'bù, mi controlli se qui in mezzo c'è qualcosa di esplicitamente riferito a qualcos'altro?'